Il Governo Letta, incassata la fiducia, si appresta a varare, così come era stato annunciato, un vasto programma di privatizzazioni. Gli intrecci e le chiavi di lettura non mancano.
Da un lato l'endemica necessità di avere liquidità in cassa, considerato che spendiamo 90 miliardi l'anno solo di interessi passivi.
Dall'altra è ormai ora di rendere i vari mercati più efficienti e l'unico modo per farlo sembra essere quello dell'uscita dello Stato come attore economico.
Il ruolo di Poste Italiane
La parte del leone è recitata dalla compagine di Massimo Sarmi, che ha recentemente modificato il proprio statuto per partecipare all'operazione Alitalia, suscitando le ire degli inglesi e l'istruttoria di Bruxelles. Privatizzare aiuterebbe anche in questa accezione. C'è poi il modello tedesco. In questi giorni le Poste della Merkel hanno avviato e concluso la privatizzazione passando da una gestione pubblica alla cogestione.
Cioè hanno importato le stock options nel pubblico, dando fiducia ai dipendenti e facendoli diventare contitolari. Un esperimento che Letta vuole riproporre e che consentirebbe di privatizzare facendo rimanere il valore dell'azienda nel nostro Paese.
Le dismissioni del pubblico
La prima tranche di azioni sarà disponibile in primavera e ci aspetta un grande successo. Allo stesso tempo si va facendo strada un'indiscrezione finanziaria che vuole che l'esecutivo possa coinvolgere proprio Poste Italiane nell'affaire Telecom Italia nel caso in cui l'operazione con gli spagnoli di Telefonica non superi il vaglio preventivo dell'antitrust europea.
In attesa di saperne di più, e secondo le indicazioni del piano di tagli previsto dal commissario Cottarelli, si ritiene che lo stock di azioni di Poste messe a disposizione del mercato non sarà inferiore al 30%, in maniera tale da conservare il controllo pubblico. La valutazione complessiva sull'azienda parla di un valore sui 10 miliardi, quindi ci si attende un introito di 3-4 miliardi in tutto.
Anche se non si capisce bene dove voglia andare Letta. Il 60% dello stock sarà destinato a soggetti istituzionali (quindi, un'altra finta privatizzazione?) il 35% al pubblico retail ed il rimanente ai dipendenti, con l'obiettivo di portare anche loro rappresentanti negli organi dell'azienda.
La situazione sudamericana
E' il Sud America a decidere per il futuro di Telecom. L'antitrust del Brasile ha appena comminato una sanzione a Telefonica perché questa ha aumentato la propria partecipazione nel capitale di Telco, la holding che detiene anche Telecom Italia. La stessa Autorità sta spingendo perché gli italiani lascino Tim Brasil o trovino un partner per Vivo, altro operatore verde oro.
Insomma, la partita è complicata e non ci possiamo permettere passi falsi.
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